Il ruolo delle donne nello “spettacolo del potere” durante il Quattrocento e il Cinquecento.

Paola Tinagli è storica dell’arte e ricercatrice. Ha pubblicato diversi libri sulle donne nel Rinascimento fra cui “Women in Italian Renaissance Art” uscito come gli altri in Gran Bretagna.
In una delle lettere scritte a suo marito Ludovico il Moro durante un viaggio ufficiale a Venezia nel maggio del 1493, Beatrice d’Este racconta come, invitata dal Doge a San Marco per la messa e per visitare i tesori lí custoditi, era scesa a Rialto con la madre Eleonora d’Aragona, il fratello Alfonso, la cognata Anna Sforza e altre dame, e si era incamminata per la Merceria. L’attenzione di Beatrice era stata talmente attratta dalla quantità di negozi di spezie, sete e altra mercanzie, “tute ben in ordine et per qualitàet per quantitàgrandissima de diverse cose et cosídelle altre che facevano un bel vedere”, che aveva indugiato a guardare tutto con gran diletto. Dopo aver assistito alla messa e visitato il tesoro, in Piazza San Marco l’attendevano le delizie della fiera della Sensa. Lí Beatrice aveva notato con piacere una quantità di oggetti di vetro, “tanta copia de vetri belli, che l’era uno stupore”, cosí che, come racconta al marito, lei e le dame del suo seguito erano rimaste incantate a guardarli per talmente tanto tempo, che avevano fatto tardi per la cena. Cosa significavano, per i contemporanei, la bellezza e la preziosità di oggetti creati da abilissimi artigiani – maestri vetrai, orafi, mobilieri, tessitori, arazzieri? Come erano considerati questi oggetti, e che ruolo avevano nella società del tempo? Dal Quattrocento ai secoli successivi, gli oggetti di lusso, sia per l’arredamento delle case dell’élite mercantile e della nobiltà, sia per l’abbigliamento e l’ornamento personale, erano visti non solo come un piacere per chi li usava, ma anche come un vero e proprio dovere sociale. Spese di ingenti somme per comprare o commissionare palazzi, pezzi di arredamento, arazzi, dipinti e statue, ma anche argenteria, ceramiche decorate, oggetti di vetro e cristallo, gioielli e vesti confezionate con tessuti costosissimi, erano lodate e viste come un dovere, perché sfoggiare sfarzo e ricchezza, agli occhi dei contemporanei, era una dimostrazione della posizione sociale di una famiglia e di un individuo, e serviva ad aumentare sia la loro fama e la loro “virtù”, che il rispetto loro dovuto.L’uso del termine “virtù” in questo contesto, agli occhi moderni, sembra non solo strano, ma totalmente anacronistico. Non era così nel Rinascimento. Dei numerosi trattati scritti su questo argomento, basterà qui ricordare Della Vita Civile (c.1430) del fiorentino Matteo Palmieri, che definisce l’acquisto di cose belle e lussuose una virtù chiamata “splendor”, e I trattati delle virtùsociali (1498) dell’ umanista napoletano Giovanni Pontano, che analizza in dettaglio le qualità della magnificentia e dello splendore, entrambe indispensabili per i membri dell’élite. Anche se Pontano parla soltato di “uomini splendidi”, le donne non erano meno “virtuose” e “splendide”, come dimostra la vasta quantità di documenti riguardanti le loro spese, e la loro committenza di palazzi e di opere d’arte. Gli inventari che descrivono i contenuti delle stanze che le donne di corte occupavano e quelle che dividevano con i cortigiani ci forniscono evidenza degli oggetti che le donne possedevano, compravano o commissionavano: da mobili (letti, sedie e cassoni) ad arazzi o paramenti di stoffe preziose o di cuoio, da argenterie a cofanetti intarsiati. Le donne che appartenevano a famiglie dell’élite sentivano chiaramente la responsabilità, oltre ai privilegi, della loro posizione, e si impegnavano a dimostrare la loro magnificentia. I risultati erano puntualmente osservati ed annotati. Le descrizioni dettagliate dell’apparenza di queste donne non mancano mai nelle lettere, che venivano spesso lette a voce alta ai membri delle corti, e nei rapporti degli ambasciatori. La foggia delle vesti, delle acconciature e dei gioielli, le stoffe, i colori, erano tutti segni di magnificentia e del potere, sia finanziario che politico, delle famiglie a cui queste donne appartenevano. Al suo arrivo a Ferrara nel 1502 come sposa di Alfonso d’Este, l’abbigliamento di Lucrezia Borgia venne osservato e descritto in dettaglio da Niccolò Cagnolo, Governatore di Pescara e membro del seguito dell’ambasciatore francese. I suoi commenti sono riportati nel Diario ferrarese dall’anno 1409 sino al 1502. Lucrezia, scrive Cagnolo, indossava un abito di seta cremisi, ornato da strisce di broccato d’oro, e un mantello di seta color morello foderato di pelli di martora. In testa portava un berretto con decorazioni di perle, e intorno al collo una collana di grosse perle con un pendente di gran pregio. Durante il viaggio a Venezia nel maggio 1493, Beatrice d’Este, conscia dell’effetto che aveva avuto sul suo “pubblico”, scriveva al marito che aveva indossato “la veste de panno morello cum li pecti reversati che avevano el caduceo: aveva el vezo de perle al collo e lo robino in pecto a le quali gioje, et in spetie al rubino, se guardava tanto et si parlava cum dire quello ‘ha posto l’uno un dì, non ha posto l’altro’.”Il caduceo di Mercurio era una della imprese di Ludovico il Moro, e Beatrice spesso indossava abiti ricamati in oro con le varie imprese del marito: l’abito in questo caso trasmetteva un chiaro segnale politico, mentre la descrizione di un’impresa personale di Isabella d’Este, ricamata su una delle sue vesti, parla di lei stessa.

Nel 1502 la marchesa di Cotrone scrive al marito di Isabella, il marchese di Mantova Francesco Gonzaga: ‘La signora marchesana vostra consorte accompagnata da parecchie zentildone [… era] vestita di una bella camora richamata di quella inventione di tempi e pause.”L’ “inventione”, l’ impresa personale di Isabella con pause musicali, usata anche in uno dei suoi studioli, significava la forza del silenzio che conduce alla meditazione, ed accennava quindi alle sue qualità morali. Anche gli ambienti in cui si svolgeva lo spettacolo del potere venivano scrutati e descritti, e, in una società dove i confini tra il pubblico e il privato non erano definiti, le stanze da letto erano anch’esse un palcoscenico. Il Milanese Pietro Casola, nel suo Viaggio a Gerusalemme, descrive la visita fatta a Venezia ad una donna della famiglia Dolfin, che aveva appena partorito. Casola scrive che la visita era stata organizzata dall’ambasciatore veneziano presso la Santa Sede, che aveva invitato diversi ambasciatori, tra i quali quello del re di Francia. Tutti avevano espresso la loro meraviglia di fronte al lusso della stanza della puerpera: Casola nota un bellissimo camino di marmo di Carrara, con figure scolpite, mentre pareti e soffitto erano decorati d’oro e blu ultramarino, il costosissimo pigmento ottenuto dai lapislazzuli.
Le opere d’arte più costose in assoluto erano certamente gli arazzi, sia per il tempo necessario per tesserli, sia per il prezzo dei filati usati, in lana, seta, oro ed argento. Le lettere di visitatori, tra cui, come sempre, erano numerosi gli ambasciatori, di solito non si soffermano a descrivere le decorazioni dipinte delle stanze, ma ci forniscono moltissime accurate descrizioni degli arazzi, dimostrando l’importanza che questi avevano agli occhi dei contemporanei. Le donne dell’aristocrazia erano depositarie dei “panni d’arazzo” che portavano come dote nella loro nuova dimora: Lucrezia Borgia arrivò a Ferrara come moglie di Alfonso d’ Este con centocinquanta muli carichi di vestiti, gioielli, argenteria, stoffe preziose, e varie serie di arazzi che rappresentavano storie dal Vecchio e Nuovo Testamento, tra i quali c’erano “arazzi da letto”, cioè paramenti che circondavano il letto, intessuti con un disegno a mille fleurs. Margherita Paleologa, moglie del duca di Mantova Federico Gonzaga, commissionava arazzi da uno dei più famosi tessitori del suo tempo, Nicolas Karcher, che lavorava a Firenze per Cosimo I de’ Medici, come dimostra la sua corrispondenza del 1548 con questo maestro. Anche donne che appartenevano all’aristocrazia minore, come la moglie di Niccolò da Correggio, Cassandra Colleoni, volevano decorare le loro stanze con arazzi: Cassandra pagò il maestro fiammingo che aveva lavorato per lei dandogli delle terre di sua proprietà.
Oggetti preziosi, come vasi e bacili d’oro o d’argento, che erano apprezzati non solo per i loro pregi artistici, ma anche per il valore intrinsico del metallo, venivano esposti su “credenze”, formate da un tavolo sormontato da una scaffalatura che talvolta arrivava fino al soffitto, il tutto ricoperto da tessuti preziosi. L’allestimento di queste “mostre” era il compito di servitori chiamati “credenzieri”. Quando la figlia di Isabella d’Este, Eleonora, partì da Mantova per andare sposa del duca di Urbino Francesco Maria della Rovere nel Dicembre 1509, Isabella le regalò, tra altri tesori e tessuti preziosi, “argenti da credenza”. Naturalmente Isabella commissionava argenteria anche per il suo uso personale, come dimostra un numero di disegni eseguiti da Giulio Romano per vasi, vassoi, coppe e bacili progettati per lei. Nella primavera del 1530, Isabella scriveva: “Facciamo fare qui a Venetia una baccina d’argento per nostro bisogno: et perchévolemo che si ponghi in mezzo ad essa la nostra arma, farete farne una colorita per mano di bono maestro, et piùpresto poteti ne la manderete, advertendo a fare l’arma nostra da Este, et non la gonzaghesca.” L’insistenza che lo stemma nel mezzo della bacinella fosse quello degli Este e non dei Gonzaga dimostra come la marchesa di Mantova volesse far notare agli ospiti che l’avrebbero usata che il rango ducale del suo casato era superiore a quello del marito. Gli oggetti di vetro che erano piaciuti tanto a Beatrice d’Este nella sua visita a Venezia erano una delle passioni di sua sorella Isabella, e dalle sue lettere agli agenti ed ambasciatori dei Gonzaga a Venezia notiamo come conoscesse bene le varie tecniche dei maestri vetrai di Murano, che aveva visitato diverse volte. Queste lettere ci mostrano una Isabella esigente e precisa: nell’Aprile del 1496, per esempio, scrive all’ambascitore Giorgio Brognolo: “ […] habiamo ricevuto li vinti bichieri che ne scrivite mandare, quali de la longheza ne piaceno, ma non lo garbo, perchèsono tanto larghi in fondo quanto in la bocha; peròvogliamo che ne faciati fare altri vinti de quela mesura, ma che si vadino restringendo in fondo […], a dece de li quali fareti fare lo circhietto d’oro che copri la bocha […]. Li altri dece fareti fare schietti senza oro, advertendo che il cristallino sia bianco et che gli sia datto bon garbo.” Lo spettacolo del potere, come abbiamo visto, era programmato con diletto e con un forte senso del dovere, e le donne del Rinascimento non vi apparivano soltanto come figuranti, ma erano di diritto protagoniste quanto i loro padri e i loro mariti.
Paola Tinagli
The international edition of the feature dedicated to Marco Buscarino by Le Dimore Storiche

Below we present the english article of the feature that Le dimore Storiche magazine of ADSI dedicated to Marco Buscarino and his discovery around Maria Pezzi, dedicating it to all our friends who follow us outside Italy.

Maria Pezzi’s editorial team discovered in Bergamo


Al via il primo concerto della rassegna “Eventi nei luoghi colleoneschi 2023”

Echi sacri e di antiche battaglie. Eventi nei luoghi colleoneschi 2023 è un progetto pluriennale ispirato a un percorso su Bartolomeo Colleoni realizzato da Marco Buscarino e pubblicato su Touring Magazine, la prestigiosa rivista del Touring Club Italiano, in connubio con “Coglia” (il grido di battaglia delle schiere colleonesche), macroprogetto permanente costituito da oltre 20 enti della Bergamasca, della Lombardia, dell’Emilia Romagna, delle Marche e del Piemonte (cfr. www.coglia.it).


Per meglio valorizzare la figura del noto condottiero bergamasco e i luoghi in cui visse e operò, Marco Buscarino, a partire dal 2018, attuò un connubio fra il percorso suddetto intorno al Colleoni e l’organismo Coglia, anch’esso nato in quell’anno per valorizzare l’opera, gli ideali, e i territori di origine del capitano di ventura orobico. L’iniziativa a cura della Provincia di Bergamo vide la presentazione di due mostre sugli stemmi colleoneschi che si tenne nella sede di Via Tasso a Bergamo ed un concerto jazz dedicato al Colleoni presentato nel cortile del Palazzo della Provincia. L’esperienza proseguì quindi nel 2019 con la rassegna Jazz per Colleoni, per continuare nel 2020 in Sala Piatti a Bergamo Alta con il concerto di Musica da Camera “Dedicato a Bartolomeo Colleoni” a cura del Gruppo Fiati Musica Aperta diretto dal maestro Pieralberto Cattaneo. E, nel 2022, con il concerto per Colleoni sempre del Gruppo Fiati Musica Aperta tenuto nello splendido scenario del Castello di Cavernago, dimora che fu del capitano di ventura orobico.

Bergamo: alla Valle d’Astino il Landscape Award 2021, il premio per il paesaggio del Consiglio D’Europa

La Biodiversità dentro la Città: la Valle d’Astino di Bergamo è il titolo del progetto che si è aggiudicato il Landscape Award 2021, il premio per il paesaggio del Consiglio d’Europa. Dopo il conseguimento del Premio Nazionale del Paesaggio 2021 attribuito alla Fondazione MIA nella Giornata Nazionale del Paesaggio, per aver realizzato la biodiversità dentro la città, è notizia recente dell’avvenuto riconoscimento europeo. Un lavoro durato decenni in favore della valorizzazione e della trasformazione del paesaggio urbano in modo sostenibile a cui hanno partecipato anche enti pubblici e privati. Un riconoscimento che fa di Bergamo e del suo Parco dei Colli, di cui la Valle d’Astino fa parte, un punto di riferimento italiano e internazionale per la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema, della sua biodiversità, e dei beni culturali.